Il temporale

Fino agli anni del 1950 il lavoro era svolto prevalentemente a mano. Non c’erano i computer, le macchine da cucire elettriche, i robot da cucina, le zappatrici a scoppio, i tagliaerba elettrici e via dicendo.
La persona impegnava totalmente le sue risorse mentali, fisiche e sperava nella benevolenza degli elementi dei quali non aveva il controllo.
Il lavoro dell’agricoltore era uno di questi. Se l’allevatore doveva impegnarsi a curare, nutrire e dare riparo ai suoi animali, il contadino, oltre a vangare, seminare e far crescere gli ortaggi, doveva sempre sperare nella clemenza delle condizioni atmosferiche. E questo in qualsiasi stagione. Il molto caldo o il molto freddo oppure l’invasione di sciami di insetti potevano compromettere i raccolti.
La stagione che, rispetto alle altre, era molto temuta, era l’estate. 
In essa albergava la paura del temporale e della grandine. Quest’ultima era veramente una rovina. Allora, non esistevano le reti antigrandine e tantomeno le serre per proteggere i raccolti.
La grandine oltre a danneggiare le colture comprometteva anche la sussistenza della popolazione. La parola grandine era equivalente alla parola fame.

 

 

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A quel tempo, in cui le persone non disponevano delle odierne vie di comunicazione le derrate alimentari venivano trasportate con difficoltà da un luogo all’altro. Allora quel che si produceva si mangiava e quello che si comperava era solitamente circoscritto alla propria zona.
Le previsioni metereologiche, nel periodo da me considerato, non erano trasmesse per via cavo. L’inizio ufficiale delle trasmissioni televisive in Italia fu il 3 marzo 1954. Bisognerà attendere il 1965 perché ogni famiglia avesse un televisore in casa.
Considerate le circostanze l’uomo per informarsi delle condizioni atmosferiche guardava il cielo e cercava
di interpretarne i suoi segni dalla forma delle nuvole o dalla direzione del vento.
La fede e la fiducia nel soprannaturale era molto sentita e vissuta. Questo perché essa aveva il ruolo di collegamento con il trascendente e con il ricevere conforto nei momenti di necessità.
Le donne, alla prima avvisaglia, di un possibile temporale che aveva sempre in sé lo spauracchio della grandine, si recavano subito in cucina. Qui iniziavano a pregare per scongiurare l’incombente avversità metereologica.
Non era inusuale che il sacerdote del paese si mettesse alla finestra della sua canonica e benedisse il paese per proteggerlo e salvaguardarlo.
Il più delle volte le preghiere ricevevano ascolto con il sollievo dell’intera popolazione.
Altre volte la grandine rovinava l’intero raccolto. Il contadino allora doveva rimboccarsi, come si suol dire, le maniche.
Doveva vangare nuovamente, seminare ancora e attendere la crescita degli ortaggi. Sperando e pregando che il tempo fosse clemente.

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